viaggi zaino in spalla

Una piacevole disAvventura chiamata Bruxelles – 3° giorno

Dopo il weekend appena trascorso, tra viaggio turbolento e adattamento ad una città che, turisticamente parlando, non avevamo proprio considerato (vedi articolo sul 1°e 2° giorno), ci risvegliamo al The Moon con una bella carica di ottimismo.

Lasciamo la stanza molto presto e ci fermiamo a fare colazione in un piacevole caffè, il Café Capitale, poco dietro la Grand Place seguendo la Rue de la Tete d’or, all’angolo di  Rue du Midi. Buonissimi i cornetti e il cappuccino fatto a regola d’arte con la schiuma densa come piace a me! Anche l’ambiente, un mix tra moderno e vintage, è molto piacevole e accogliente.

Dopo esserci ben caricate di zuccheri ed energia cominciamo a camminare, zaino in spalla, verso la nostra meta: finalmente si va in ambasciata.

Facciamo anche la nostra prima esperienza con i mezzi pubblici, più precisamente con tram e metro, perché il quartiere Ixelles in cui si trova il consolato italiano è un po’ lontano dal centro. Qui, dopo un’assurda fila all’italiana di qualche ora ci dicono che dobbiamo tornare il giorno dopo (non avevamo dubbi) perché senza la prenotazione di un volo non possono farmi il documento di rimpatrio. Mi rassicurano sul fatto che possiamo continuare la nostra vacanza perché il documento potrà avere una validità di 5 giorni dalla data di emissione, quindi è perfettamente in linea con i nostri programmi.

Usciamo da lì con il cuore più leggero, mi faccio spedire da casa un po’ di soldi con il money transfer (precisamente con la Western Union che a Bruxelles ha diversi uffici) e torniamo in centro con il tram per poter ritirare i soldi in contanti. Ormai abbiamo preso dimestichezza con i mezzi e scopriamo anche come fare la tessera giornaliera invece che il biglietto da un’ora.

I soldi arrivano in un baleno e finalmente possiamo fare le turiste.

Vaghiamo in esplorazione, alla scoperta del cuore pulsante di Bruxelles, visitiamo meglio anche l’antico quartiere Ilot Sacre con i suoi palazzi caratteristici e la sua splendida Royal Gallery di Saint Hubert, vista di sfuggita la notte prima.

I negozietti della galleria sono un continuo attentato alla gola, con cioccolaterie dalle vetrine scintillanti piene di leccornie di ogni tipo e incredibili sculture di cioccolato. Non mancano poi i prestigiosi atelier con abiti, cappelli e accessori e non ultimi, sicuramente degli di nota, quelli dedicati ai merletti realizzati con l’antica tecnica del filet.

Dopo aver lasciato questo quartiere pittoresco ci spingiamo, in tutta tranquillità, verso la Gare Centrale per poi attraversare un’altra galleria commerciale meno prestigiosa ma altrettanto interessante dove decidiamo di fermarci a pranzare. La nostra scelta ricade su un take away messicano, Tacos, che fortunatamente ha anche i tavolini per sostare e, dulcis in fundo, gli attacchi per poter caricare il cellulare. Approfittiamo di questa sosta anche per prenotare il nostro prossimo alloggio, grazie all’utilissima App booking.com che vi consiglio vivamente di scaricare nel vostro smartphone.

Divoriamo i nostri buonissimi tacos e riprendiamo a camminare verso la nostra prossima meta, il Parco di Bruxelles, noto anche con il nome olandese di Warandepark.

Per arrivarci saliamo la scaletta che fiancheggia il centro culturale Bozar, uno scorcio molto caratteristico in cui poter ammirare un po’ di quella suggestiva street art molto presente in tutta la città.

Ah quante risate in quella scaletta! così tante da non riuscire nemmeno a fare i gradini. La statua del generale francese Augustin Daniel Belliard ne è testimone, ahahaha!!

Arrivare al parco è stato come entrare in un grande polmone verde, rigenerante e salutare, che ci ha riconnesse con noi stesse e con la nostra voglia di relax e pace.

Quel parco, 13 ettari di viottoli, distese verdi, alberi, fontane e gente di ogni tipo racchiusi in un fazzoletto rettangolare a due passi dal Palazzo Reale, ci ha rapite proprio e abbiamo deciso così di trascorrere qui il pomeriggio, finché non fosse arrivata l’ora di andare in ostello.

Trovato lo spiazzo ideale ci siamo letteralmente spiaggiate con tutto il peso dei nostri zaini e ci siamo godute quel paradiso. La stanchezza di aver girato tutto il giorno con addosso 8kg in più ci ha tolto ogni remora sul fatto di togliere scarpe e calze e coricarci in pieno giorno sul nostro tappetino, mentre sagome non ben definite ci passavano vicine facendo running o portando a passeggio i loro amici a quattro zampe.

Abbiamo dormito, abbiamo riso, abbiamo parlato, tanto. Ogni attimo regalato con mia sorella è stato un dono. Abbiamo anche provato a farci dei selfie, con risultati piuttosto discutibili. Ma che bel ricordo!

Riposate membra e piedi ci incamminiamo finalmente verso il nostro ostello, una passeggiata di quasi 3km che ci ha permesso di esplorare un’altra interessante zona della capitale.

Il nostro alloggio, l’Hostel Generation Europe, si trova poco fuori dal centro, nel quartiere Molenbeek Saint Jean, che fa comune a sé e che è situato nella parte ovest della città di Bruxelles.  Solo dopo scopriamo essere un quartiere prevalente mussulmano e ad altissima concentrazione di immigrati. Secondo me è anche uno tra i quartieri più belli che abbiamo visto, pittoreschi e colorati, ricchissimo di murales e affiancato da un suggestivo canale navigabile ricco di negozi di ogni genere dove oltretutto abbiamo potuto trovare finalmente l’acqua a buon prezzo e tanta frutta fresca.

ostello
foto di Silvia Montis

L’ostello, gestito da giovani simpatici e volenterosi, è stato una piacevolissima sorpresa ed un’ottima scelta. Pulitissimo, ricco di servizi e intrattenimenti, frequentato da bella gente di ogni età. Nella hall divani e tv per potersi rilassare, poco più in avanti un piccolo bar e sala biliardo, da una parte la cucina in cui poter cucinare e, nel piano sottostante, la lavanderia e asciugatrice a gettoni. Ci siamo trovate davvero bene e ve lo consigliamo. Abbiamo condiviso la stanza con un’altra ragazza ma è stato come essere sole perché lei è arrivata molto più tardi ed è stata anche molto discreta e silenziosa. La stanza oltretutto era piuttosto grande, con 6 posti letto e due bagni: uno con docce e lavandini e uno con il servizio.

Dopo una bella doccia rinvigorente e le solite adempienze da pellegrino backpackers (lavaggio dei vestiti, cura dei piedi e sistemazione dello zaino) decidiamo di uscire alla scoperta del quartiere e di un posto per la cena.

Molenbeek Saint Jean ci colpisce subito per le diverse forme di espressione artistica presenti. Persino le serrande dei negozi sono un pullulare di colori e disegni aerografati. Fiancheggiamo il canale di Willebroek, sul tratto di Quai du Hainaut, e subito ci salta all’occhio una curiosa istallazione fatta con sedie appese su impalcature di metallo, l’esposizione originale di un negozio di mobili. L’intero lato che fiancheggia il canale è puntellato da girandole colorate che si muovono vorticosamente. Le stradine adiacenti sono un museo accattivante di urban street che apprezziamo nonostante i messaggi spesso forti e diretti.

Attraversiamo il ponte che porta al Crystal Palace per dirigersi alla sponda opposta, sulla Boulevard Barthélémy, dove abbiamo la fortuna di poter ammirare uno splendido tramonto proprio durante l’attraversata fluviale di un battello che lentamente scivola verso l’orizzonte color arancio. Affascinate da quel panorama stiamo per un po’ lì, sulla banchina in legno, incantate ad ammirare il paesaggio urbano e i suoi murales in lontananza.

Percorrendo la Rue Antoine Dansaert ci rendiamo conto di essere appena entrate in un nuovo quartiere molto più turistico e popolato, pieno di ristornati di ogni tipo. Ci spingiamo fino alla piazza Saint Catherine dove si trova una chiesetta incantevole e una marea di ristoranti e localini che servono per la maggiore menu a base di pesce.

Optiamo per un ristorante belga che espone il pesce fresco e che ci sembra avere anche  prezzi onesti, il Jardin Van Gogh, ottimo servizio, camerieri gentili, buon rapporto qualità prezzo. Abbiamo mangiato divinamente, ci siamo rilassate e naturalmente non sono mancate le risate perché ogni occasione è buona per ridere e godersi la vita.

A cena finita, non ancora soddisfatte dei km fatti e del mal di piedi che invocavano pietà ad ogni passo, abbiamo esplorato i dintorni della piazzetta e siamo andate a vedere una delle statue simboliche della città, il Zinneke Pis, il cane che fa la pipì. Eh si avete capito bene, oltre al famosissimo bambino che fa la pipì (Manneken Pis) e la meno nota bimba che fa la pipì (Jeanneke Pis) esiste anche il cane. Scommetto che non sapevate della sua esistenza. Noi in effetti lo abbiamo scoperto un po’ per caso.

A dirla tutta, comunque, la cosa che più ci colpisce del rione in cui si trova il cane è la presenza di alcuni bellissimi murales che ritraggono persone i cui lineamenti vengono risaltati dalla luce dei lampioni e dall’oscurità della notte. Siamo affascinate e ad ogni angolo notiamo piccoli segni di un’arte che non ha pretese ma che vuole semplicemente dialogare con chi la osserva, dando ancor più valore ad una città che forse, senza quelle forme di espressione, sarebbe solo un groviglio di strade periferiche degradate o, ancor peggio, ghettizzate. Invece, ci rendiamo conto, che il vero cuore di Bruxelles è questo, fatto di vita di strada, di tante culture diverse che cercano di convivere pur avendo voce propria.

Torniamo in ostello felici e soddisfatte pensando che ormai questa disAvventura a Bruxelles si sta veramente trasformando, giorno per giorno, in una fantastica esperienza.

Vi lascio anticipandovi che, le giornate successive, saranno ricche di incredibili avventure quindi seguite il nostro viaggio zaino in spalla alla scoperta di Bruxelles (e non solo)…

A presto!!!

Sylvié

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